QUANDO CURARE DIVENTA SCEGLIERE. NUOVE TERAPIE PER LA TALASSEMIA TRA CINA ED EUROPA

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A cura di DARIO MARTINO
Independent consultant, co-founder, Patient Advocate, International Relations & Cooperation

LA CINA E LA CORSA ALLE TERAPIE AVANZATE.
Tra la rapidità dell’innovazione cinese e i tempi della valutazione europea, la vera sfida resta garantire
terapie efficaci, sicure e accessibili.

Milioni di campioni biologici, decine di banche cellulari, centinaia di sperimentazioni cliniche. Per raccontare ciò che sta accadendo nella ricerca biomedica cinese si potrebbe partire dai numeri. Ma i numeri, da soli, non bastano.

La Cina sta investendo nelle biotecnologie, nella medicina di precisione e nelle terapie cellulari e geniche, costruendo un ecosistema nel quale ricerca, strutture ospedaliere, grandi raccolte di campioni biologici, industria e tecnologia convivono su una scala difficilmente paragonabile a quella dei singoli Paesi europei. Ma dimensione e velocità non significano necessariamente successo clinico: una sperimentazione promettente non è ancora una terapia consolidata e la capacità di accelerare la ricerca non elimina le domande sulla sicurezza, sulla qualità delle evidenze, sugli effetti nel lungo periodo e sull’accessibilità delle cure.

È con questa prospettiva che ho partecipato a un programma internazionale di formazione svoltosi principalmente a Tianjin, tra lezioni e visite a università, ospedali, biobanche, centri di ricerca e imprese biotecnologiche. Supportato nei costi di viaggio dalla Fondazione Franco e Piera Cutino, che ha colto subito l’opportunità di mandare il proprio Ambassador del progetto internazionale GARDEN nel contesto cinese e che ringrazio. Il resto delle spese di training e soggiorno sono state a carico degli organizzatori cinesi.

Anche la composizione del gruppo presente all’evento raccontava quanto la ricerca biomedica sia ormai un fenomeno globale: ricercatori, clinici e professionisti provenienti da Brasile, Malesia, Singapore, Tunisia, Egitto e Russia, oltre alla mia presenza come unico partecipante europeo. Al centro del confronto diverse patologie, dall’anemia emolitica autoimmune alla leucemia linfoblastica acuta, dall’emofilia al diabete e alla beta-talassemia, con un’attenzione particolare alle CAR-T e alle terapie cellulari e geniche.

Più delle singole tecnologie, tuttavia, colpisce il sistema costruito intorno ad esse.

Nell’area di Tianjin, secondo i dati presentati durante il programma, il cluster legato alle cellule staminali comprende 29 aziende e 19 banche cellulari. Le infrastrutture illustrate raccolgono oltre un milione di campioni biologici provenienti da più di 90.000 pazienti con patologie ematologiche. La sola componente relativa al sangue cordonale raggiunge circa 500.000 campioni, dei quali 10.000 conservati nella biobanca pubblica.

Anche i numeri relativi alla ricerca clinica sono considerevoli: 650 trial clinici per nuovi farmaci, 531 trial a livello nazionale e 139 studi multicentrici internazionali.

Sono cifre che impressionano, ma che acquistano significato soprattutto quando si comprende ciò che rappresentano. Una biobanca non è semplicemente un enorme deposito di campioni. Se associata a informazioni cliniche di qualità e a strumenti adeguati di analisi, diventa una risorsa per studiare le malattie, individuare biomarcatori, comprendere le differenze tra i pazienti e sviluppare nuove strategie terapeutiche. Allo stesso modo, poter lavorare su grandi popolazioni può rappresentare un vantaggio importante nella ricerca, soprattutto quando si studiano patologie rare.

A tutto questo si aggiunge un Paese fortemente digitalizzato, nel quale la capacità di raccogliere e gestire grandi quantità di informazioni può aprire prospettive importanti per la ricerca e la medicina di precisione. La dimensione demografica, le infrastrutture, la pianificazione e l’integrazione tra università, ospedali e industria contribuiscono a creare una capacità di sistema che merita di essere osservata con attenzione.

Sarebbe però troppo semplice trasformare tutto questo in una gara tra una Cina “veloce” e un’Europa “lenta”.

L’Europa ha costruito un modello fortemente orientato alla tutela del paziente, alla protezione dei dati, alla valutazione regolatoria e alla definizione di standard condivisi. Sono garanzie fondamentali, soprattutto quando si interviene sulle cellule o sul patrimonio genetico di una persona. La vera domanda, quindi, non è chi riesca ad andare più veloce, ma come sia possibile coniugare rapidità della ricerca, capacità tecnologica e disponibilità dei dati con sicurezza, qualità delle evidenze e tutela del paziente.

È in questo scenario che la beta-talassemia diventa un caso particolarmente interessante.

Per chi conosce questa patologia, il cambiamento in corso è difficile da ignorare. Nelle forme più gravi, la beta-talassemia può richiedere trasfusioni regolari per tutta la vita e terapie per controllare l’accumulo di ferro. Per molto tempo la possibilità di guarigione è stata associata soprattutto al trapianto di cellule staminali ematopoietiche da un donatore compatibile, con i limiti e i rischi che questo comporta.

Oggi le terapie geniche stanno modificando lo scenario.

Durante il percorso cinese sono stati presentati due differenti approcci: uno basato sull’editing genetico mediante CRISPR e un altro sull’impiego di vettori lentivirali. Nel primo caso si interviene su specifici meccanismi genetici delle cellule staminali del paziente; nel secondo le cellule vengono prelevate e modificate in laboratorio introducendo il materiale genetico necessario a correggere il difetto alla base della malattia, per essere successivamente reinfuse.

Dietro poche righe di spiegazione si nasconde una medicina estremamente complessa, che richiede strutture specializzate, competenze elevate e un attento monitoraggio del paziente. Ed è proprio per questo che bisogna resistere alla tentazione di trasformare risultati promettenti in certezze.

La medicina, infatti, ha bisogno anche di qualcosa che nessuna accelerazione tecnologica può completamente sostituire: il tempo. Tempo per comprendere quanto duri la risposta terapeutica, per osservare eventuali effetti avversi tardivi e per valutare la qualità di vita delle persone trattate a distanza di anni.

Nel programma cinese, l’approccio lentivirale è stato presentato come già approvato in parte del territorio nazionale e accessibile anche attraverso un programma internazionale. Particolarmente interessante è la popolazione potenzialmente candidata: la valutazione non sarebbe legata esclusivamente all’età anagrafica, ma alle condizioni cliniche complessive. Sono stati riferiti trattamenti in pazienti di 37 e 42 anni, mentre il programma prevede attualmente un limite di 50 anni.

Per quanto riguarda il trattamento in sé, dopo 10 giorni presso le loro strutture per il prelievo del materiale biologico, il paziente ha circa 28 giorni “liberi” nei quali viene processata la manifattura ed i controlli di qualità necessari. Terminato questo periodo il paziente deve tornare per il ricovero e condizionamento per un periodo tra 1,5 e 3 mesi. Successivamente è previsto un follow-up di 12 mesi che può essere fatto in Cina oppure organizzato con il centro di riferimento del paziente.

E poi c’è un altro numero, forse quello che più di tutti sposta la discussione dal laboratorio alla società: circa 300.000 dollari per accedere al programma internazionale, secondo quanto dichiarato durante la visita.

È a questo punto che la domanda cambia.

Non riguarda più soltanto ciò che la medicina è tecnicamente capace di fare. Riguarda ciò che i pazienti e i sistemi sanitari saranno realmente in grado di sostenere.

Una terapia avanzata può avere un costo iniziale enorme, ma questo dovrebbe essere confrontato anche con decenni di trasfusioni, farmaci, monitoraggio, ricoveri e gestione delle complicanze di una malattia cronica. Al tempo stesso, il possibile beneficio economico nel lungo periodo non risolve automaticamente il problema dell’accessibilità immediata.

Anche per la federazione nazionale UNITED questo tema è stato oggetto di grande attenzione, fino ad organizzare una prima riunione tra il board e tutti i massimi esperti a livello nazionale e inviare alcune comunicazioni ufficiali alle sue 38 federate.

Che valore ha una terapia potenzialmente trasformativa se rimane fuori dalla portata della maggior parte delle persone che potrebbero beneficiarne?

È probabilmente questa una delle domande più importanti che l’attuale sviluppo delle terapie avanzate ci pone.

Per chi, come me, osserva la beta-talassemia non soltanto dal punto di vista professionale ma anche come paziente adulto, questa riflessione assume inevitabilmente un significato ulteriore. A 38 anni e attualmente in ottime condizioni cliniche, sapere che vengono esplorate possibilità terapeutiche anche per pazienti adulti porta a guardare questi sviluppi con interesse, ma anche con la necessaria prudenza.

Il viaggio attraverso l’ecosistema cinese delle terapie cellulari lascia quindi più domande che risposte. E forse è proprio questo il suo aspetto più interessante.

La Cina sta costruendo capacità scientifiche, cliniche e industriali che non possono essere ignorate. L’Europa dispone, a sua volta, di competenze scientifiche, sistemi sanitari e strumenti regolatori che rappresentano un patrimonio fondamentale. Pensare il futuro come una semplice competizione tra modelli rischia però di farci perdere il punto.

La ricerca è ormai globale. I ricercatori collaborano oltre i confini, le aziende sviluppano programmi internazionali e i pazienti conoscono ciò che accade dall’altra parte del mondo quasi in tempo reale. Una terapia disponibile in un Paese può quindi modificare le aspettative di migliaia di persone che vivono a migliaia di chilometri di distanza. Quale sarà lo scenario dei prossimi anni quindi, uno sviluppo su due poli distinti e due sistemi che poco comunicano oppure assisteremo ad una costruzione di dialogo e scambio tra le parti?

La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto capire fin dove riusciremo a spingere la medicina, ma come trasformare quelle conquiste in opportunità realmente accessibili.

Perché dalla biobanca al paziente la distanza non si misura soltanto in anni di ricerca. Si misura nella qualità delle evidenze, nella sicurezza, nella sostenibilità dei sistemi sanitari. Soprattutto nella possibilità che l’innovazione, a patto di quanto detto prima, possa essere infine una scelta del paziente.

La scelta di poter guarire.

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